La Sfinge d’Oro (1967)

gennaio 16, 2009

 

Scheda del Film:

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Regia: Luigi Scattini
Soggetto: Adalberto Albertini
Rafael Sanchez Campoy  
Sceneggiatura: Adriano Bolzoni
Rafael Sanchez Campoy
Jaime Comas Gil
Con: Anita Ekberg
  Robert Taylor
  Gianna Serra
  Giacomo Rossi Stuart
  Lidia Biondi
  Angel del Pozo
Fotografia: Claudio Racca
Musiche: Roberto Pregadio
  Les Baxter
Una Produzione: IIF Italian International Film

Sinossi:
Un archeologo statunitense (Robert Taylor) studiati alcuni rapporti d’uno scomparso collega, si convince che a sud di Aresh, nel deserto della Nubia, si trova la tomba del faraone Aposis, all’interno della quale dovrebbe trovarsi un sfinge di vetro. Organizza così una spedizione composta da uomini di fatica reclutati al Cairo alla quale si uniscono due avventurieri pronti a tutto, anche ad uccidere. I due, con un sottile stratagemma, trovano la complicità di una collaboratrice dell’archeologo e insieme a lei tentano di impadronirsi del tesoro. La situazione sembra volgere a loro favore, ma il viaggio è ancora pieno di imprevisti…

Note del Regista:
Questo è stato il mio quinto lungometraggio, subito dopo Duello nel Mondo.
Ancora una volta l’Egitto era il protagonista indiscusso di un mio film. Un Egitto bellissimo, sfruttato ancora poco dal cinema italiano e internazionale. L’archeologia mi aveva sempre affascinato e allora, mescolando un po’ di suspense, di amore, di avventura e alcuni reperti archeologici, venne fuori La Sfinge d’Oro.

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Il film sarebbe dovuto uscire nelle sale cinematografiche con un titolo diverso,  La Sfinge di Vetro e infatti  la sfinge opera del bravissimo e famoso Carlo Rambaldi (il creatore di ET, per intenderci) era di cristallo ma poi, dato il successo del film Sette uomini d’oro,  il vetro fu cambiato in oro…

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Il cast era composto da attori importanti e molto noti. Una meravigliosa Anita Ekberg, magrissima come apparve solo in questo film e Robert Taylor, il mito di due generazioni, considerato un vero divo del cinema americano (Troppo amata, Il Ponte di Waterloo, Un americano ad Oxford e tanti, tanti altri film) nonché marito di Barbara Stenwyck.
Accanto a loro, attori spagnoli (Angel del Pozo) e il mio caro amico Giacomo Rossi Stuart, che ha lavorato accanto a me in quasi tutti i miei film. E poi tante, tantissime comparse egiziane.

Avevamo preso come alloggio una casa in mezzo all’acqua, su di un’isola del Nilo di cui ora non ricordo il nome. Era piena di fascino e anche un po’ misteriosa ma quello che ricordo più volentieri di quelle sere a fine lavorazione, era l’arrivo di Robert Taylor con un mazzo di carciofi che puntualmente puliva e cucinava. Si finiva sempre tutti intorno alla tavola, troupe italiana ed egiziana, e stavamo in allegria.

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Che dire di Anita Ekberg? Forse in questo film è stata ancora più bella che nella Dolce Vita di Fellini. Magra, statuaria, con quegli incredibili occhi azzurri che ti piantava addosso. Memorabile fu una carrellata su tutto il suo corpo, partendo dalla pianta del piede per salire su fino alla testa mentre lei, in costume, stava prendendo il sole sulla terrazza.

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L’antagonista di Anita era Gianna Serra che arrivava sulla scia di una affettuosa amicizia con l’avvocato Agnelli. Non sempre il rapporto fra le due andò liscio: entrambe troppo belle e troppo prime donne. Ma per fortuna riuscimmo ad arrivare fino alla fine del film…

Luxor e Abu Simbel fecero da favoloso scenario al film. Come dimenticarsi delle colonne del Tempio di Karnek e della Valle dei Re ? Insomma, bisogna riconoscere che ho sempre scelto dei gran bei posti per girare le scene dei miei film.

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Per ultimo, un aneddoto: a fine lavorazione Robert Taylor venne a Roma, e per festeggiarlo lo portammo a cena da Alfredo, bellissimo ristorante romano sempre in voga,  che in quegli anni frequentavo molto e conoscevo molto bene. A fine cena arrivarono dei suonatori e, in suo onore, accennarono ad alcune note del valzer delle candele. Gli occhi di Robert si coprirono di lacrime:  ricordi, nostalgia, ne aveva ben donde. Il Ponte di Waterloo aveva segnato il suo successo e la sua vita. Mancava solo Viviane Leight a quella tavola…

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Un altro piccolo aneddoto è legato ad Anita:  in un giorno di riposo durante le riprese del film, Anita organizzò un picnic nel pieno deserto. Un posto che raggiungemmo chi a cavallo chi sul cammello. Eravamo in tanti, c’erano anche delle ballerine egiziane che con i loro tamburelli danzavano al suono dei loro strumenti. Molta allegria, molto folklore… ad un certo punto invitarono Anita e altri della troupe ad unirsi alle danze e la Ekberg improvvisò una bellissima danza del ventre.

Il film fu coprodotto dagli americani (American International Pictures, la stessa società che aveva prodotto tutti i film di Roger Corman). In America uscì con il suo titolo originale, The Glass Sphinx, e andò benissimo. In Italia, invece, il film andò solo discretamente.

La musica questa volta non fu affidata al mio amico Piero Umiliani ma a Roberto Pregadio. Nella versione americana del film, uscita l’anno successivo, le musiche furono firmate da Lex Baxter, uno dei più famosi compositori e direttore d’orchestra di Hollywood.

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La Notte dell’Alta Marea (1977)

settembre 17, 2008

   
Scheda del film:

Regia: Luigi Scattini
Soggetto: Luigi Scattini, liberamente tratto dal romanzo “Il Corpo” di Alfredo Todisco
Sceneggiatura: Luigi Scattini
  Vittorio Schiraldi
  Claude Fournier
  Giacomo Rossi Stuart
Con: Anthony Steel
  Annie Belle
  Hugo Pratt
  Pam Grier
  Giacomo Rossi Stuart
  Alain Montpetit
  Gerardo Amato
Fotografia: Benito Frattari
Montaggio: Luigi Scattini
  Graziella Zita
Musiche Originali di: Piero Umiliani
Una Produzione: Carlo Ponti – Fulvio Lucisano
       
Prima Proiezione ITA 19 Maggio 1977
Prima Proiezione FRA 16 Aprile 1980

Sinossi:
Richard, un attempato ma ancora attraente direttore di un’agenzia pubblicitaria a Montreal, incontra Diana, una giovane ragazza ambigua che sembra essere perfetta come modella per il lancio di un nuovo profumo.
Durante una permanenza “forzata” su un’incantevole isola deserta, dove si erano recati  per realizzare il servizio fotografico, Richard si scopre innamorato della giovane Diana, che però si prenderà  crudelmente gioco di lui.

Note del regista:
Con la trilogia di Zeudi Araya, sembrava finita la serie dei film esotici, ma ci fu un ritorno al genere dopo che acquistai, dal giornalista e scrittore Alfredo Todisco, i diritti di un libro intitolato Il Corpo e pubblicato nel 1972.
Grazie ai produttori Carlo Ponti e Fulvio Lucisano nacque così La Notte dell’Alta Marea,  liberamente ispirato al romanzo di Todisco.
Il film fu girato tra il Canada (Montreal) e la Martinica, splendida isola caraibica.

Inizialmente gli interpreti dovevano essere Marcello Mastroianni e una giovanissima ragazza friulana che per me rappresentava l’ideale del personaggio che ispirò Alfredo Todisco: Dalila Di Lazzaro. Ma personaggi molto noti (credo per problemi di gelosia) si opposero e quindi il film saltò.
Poco tempo dopo, con l’aiuto della troupe canadese e di Lucisano, riuscimmo comunque a rimettere in piedi il film, e il ruolo della protagonista fu affidato a una giovanissima attrice platinata poco conosciuta, che il produttore sperava di poter lanciare in Italia.

La parte fu sua, e così nacque professionalmente Annie Belle, senza rimpianti…
Cambiò quindi il cast. Ed è l’ennesima prova di come, nel cinema, si possano cambiare le carte in tavola senza alterare la struttura artistica e tecnica dell’opera.

C’era Anthony Steel (al posto di Mastroianni), attore inglese conosciuto soprattutto come ex marito di Anita Ekberg e famoso per le sue scazzottate e bevute ai tempi della Dolce Vita a Roma,  che era stato due anni prima tra i protagonisti del film Histoire d’O (1975). Purtroppo Steel non comunicava quella carica erotica che imponeva il suo ruolo e che avrebbe dovuto avere nei confronti della sensuale ragazzina. Il motivo era da attribuire al fatto che Steel, a quei tempi, beveva molto e quindi era tutto più difficile. Non solo girare, ma anche trasmettere quelle sensazioni, quello sconvolgimento di passioni che dovevano venire fuori dal film.

C’era Annie Belle, giovanissima attrice francese, capace di sedurre gli uomini con la sua ambigua semplicità, che da poco aveva finito di girare i film La Fine dell’Innocenza e Laure.

C’era Pam Grier, bravissima attrice di colore americana, allora sconosciuta oltre oceano ma già icona del genere blackexploitation in America, grazie a film come Foxy Brown e Sheba. Bellissima, bravissima e con un corpo perfetto. Una vera professionista che ultimamente è tornata alla ribalta grazie a Quentin Tarantino, che l’ha scelta per un ruolo da protagonista in Jackie Brown.

Pam l’avevo notata proprio in uno dei miei viaggi in America e, quando ci trovammo a fare il cast del film, chiesi ai produttori canadesi di contattarla per offrirle un ruolo. Lei accettò subito e così ci ritrovammo insieme su quella meravigliosa isola caraibica.
All’alba, quando mi svegliavo per rivedere il piano di lavorazione, spesso mi capitava di affacciarmi alla finestra dell’albergo e vederla correre con una bellissima tuta bianca. Era così che lei si manteneva in forma e si caricava per poi iniziare a girare.

C’era poi Hugo Pratt, il grande Corto Maltese, che aveva accettato di sostenere una parte di coprotagonista. Non era mai successo prima.
– Perché hai accettato di lavorare con me come attore? – gli domandavo spesso.
Per conoscerti meglio, per studiarti – mi rispondeva sempre, guardandomi profondamente negli occhi…
Con lui girai a Montreal parte del film. Scoprii che avevo ragione perché Hugo si dimostrò un ottimo attore, con una padronanza della recitazione che pochi professionisti hanno.

La sera non si parlava d’altro che di trarre un film dal favoloso Corto Maltese, adorato dai giovani universitari canadesi. Ma anche questo progetto affascinante, che ci vide coinvolti pochi mesi dopo negli studi della De Paolis, in un pomeriggio caldo d’estate, a fare i provini per trovare il vero volto di Corto, non decollò.
Rimase solo l’orizzonte infuocato dei suoi sogni. Gli stessi del suo eroe….
Il progetto di una trasposizione cinematografica di Corto Maltese è infatti rimasto per sempre nel cassetto, non solo nel mio ma anche in quello di Hugo, e l’unica pellicola realizzata sul personaggio Prattiano è un lungometraggio di animazione francese del 2002, che proprio in questi giorni mi è capitato di vedere su Sky, con un po’ di malinconia…

Ero un fan dei dischi di Timmy Thomas, li avevo tutti e li ascoltavo spesso. Soprattutto quel pezzo che lo rese famoso nel ’72: Why can’t we live together?.
Era venuto il momento di pensare alla musica di questo film un po’ melò e decisi così di chiamare Thomas a Miami, per sentire se voleva raggiungermi a Roma, per parlare di questo lavoro. Detto fatto, una sera arrivò a Fiumicino. Aveva visto il film che gli avevo fatto arrivare a Miami ed era stato così preso da voler iniziare subito la sua collaborazione assieme al solito, bravissimo, Piero Umiliani.
Ci fu un’intesa immediata e i due talenti si fusero. Passavamo molte ore nella villa di Piero. E’ così che nacque una bella amicizia, giocando tutti e tre a biliardo… E tra una partita e l’altra, interrompevamo per andare a scrivere la musica. Fu un periodo davvero esaltante.
Thomas quasi sempre era vestito di bianco, comprese le scarpe, e con un sorriso stampato sul viso che lo rendeva simpaticissimo.


Questo Sporco Mondo Meraviglioso (1970)

settembre 7, 2008

   
Scheda del Film:

Regia: Luigi Scattini
  Mino Loy
Fotografia: Claudio Racca
  Pasqualino Fanetti
Montaggio: Graziella Zita
Voce Narrante: Giorgio Albertazzi
Musiche di Piero Umiliani
Una Produzione: N.C.
       
Prima Proiezione ITA 21 Aprile 1971
Prima Proiezione GER 18 Gennaio 1974
Prima Proiezione FRA 21 Febbraio 1974

Sinossi:
Le conseguenze dell’inquinamento sugli abitanti di un villaggio di pescatori giapponesi; alcune tecniche di psicoterapia di gruppo adottate negli Stati Uniti; la sperimentazione su animali degli effetti della droga; la fecondazione artificiale praticata in una clinica svedese; un ballo tra omossessuali a Londra; un’operazione al cuore del chirurgo americano De Bakey; un combattimento di cani in Giappone; l’educazione sessuale impartita ai bambini ciechi in Svezia; l’addestramento militare dei fanciulli palestinesi nel Libano; l’insegnamento delle tecniche anticoncezionali in Svezia; l’aborto a cura dello Stato e al tempo stesso la cura della sterilità femminile; la celebrazione della messa da parte di una donna-sacerdote; una scuola per bimbi focomelici, sono gli argomenti trattati da questo documentario-inchiesta.
(da: Il Cinematografo.it)

Note del regista:
La mia passione per il genere cinematografico Mondo Movie, iniziata nel 1963 con Sexy Magico e poi ripresa qualche anno dopo con Svezia Inferno e Paradiso (tralascio Angeli Bianchi, Angeli Neri che considero un capitolo a parte), mi portò ancora una volta a mettere in spalla la macchina da presa e a partire nuovamente per un altro bellissimo viaggio intorno al mondo per girare Questo sporco mondo meraviglioso.

Come già accaduto per Sexy Magico, girai questo film a quattro mani con il mio amico Mino Loy.
Questa volta riprendemmo soprattutto l’America del Nord, dove i cambiamenti di una città malata erano più evidenti e anche più scioccanti.

Se ripenso a quel viaggio cinematografico in quel mondo perduto non posso far altro che pensare alla morgue del Kennedy Hospital di New York, con i cassetti pieni di schede di ragazzi morti per droga, che il medico di turno sfilava per mostrarmele, quasi con orgoglio professionale.
O l’insegnante del sesso ai giovani ciechi svedesi, o le decine e decine di comunità religiose che spingevano gli adepti a rifiutare le medicine che, altrimenti, avrebbero salvato loro la vita.

C’era una località in Giappone, Minamatà, dove decine di migliaia di persone avevano subito danni permanenti e i bambini nascevano storpi, perché gli abitanti di quell’isola mangiavano pesci inquinati da scarichi di mercurio riversati da una azienda chimica locale. Erano immagini veramente impressionanti. Pensate che da allora non ne ho più sentito parlare, né al cinema ho più visto immagini come quelle…

Un capitolo bellissimo era dedicato alle vittime del talidomide: quel prodotto farmaceutico ritirato nei primi anni sessanta e che somministrato alle donne in gravidanza aveva fatto nascere migliaia di bambini senza arti. Fui l’unico ad entrare in questo centro in Svezia dove si trovavano questi bambini, ormai cresciuti e affetti da una terribile malformazione. Ebbi, per non so quale miracolo, il permesso di riprenderli e di passare un po’ di tempo con loro.
Ed è lì che incontrai Peter, anche lui vittima di quel farmaco: era ridotto a un moncherino ed era cieco, ma riusciva a comunicare con le labbra che scorrevano su un nastro “braille” computando, parola per parola, una favola: “C’era una volta un mondo meraviglioso, ma gli uomini non se ne accorsero e cominciarono a distruggerlo fin quando Dio si dimenticò di loro, perché non avevano mai imparato ad amarlo attraverso la vita. E lasciò che essi conclusero la loro opera di distruzione. Fin quando rimase solo una spiaggia e fu laggiù che coloro che erano sopravvissuti, un giorno videro nascere, ancora una volta, il sole…”

Il film purtroppo uscì e passò quasi in silenzio: a mio avviso era arrivato tardi rispetto ai suoi tempi. Ormai, il genere stava tramontando, e inoltre il film non fu sostenuto da una distribuzione valida.

E’ sicuramente il miglior documentario della mia carriera: avevo intervistato personaggi pericolosi, filmato scene e storie “scomode”, denunciato situazioni che non si erano mai viste. Ma la censura, per farlo uscire nelle sale cinematografiche (con il divieto ai minori di 18 anni!!!), aveva tagliato più di 250 metri di pellicola.
Tanto è vero che con i tagli di questo film, gli scarti e le scene girate e mai montate, abbiamo montato in fretta e furia un altro film: I Vizi Segreti della Donna nel Mondo (1972), dove però mi firmai con lo pseudonimo di Silvano Secelli (in onore delle isole Seychelles di cui avevo appena sentito parlare e nelle quali avrei poi ambientato il mio film successivo: La ragazza dalla pelle di Luna).
Questo film, che uscì comunque nelle sale cinematografiche e che era sicuramente inferiore, sotto il profilo dei contenuti, a Questo sporco mondo meraviglioso, ci permise di recuperare parte dei soldi persi con il precedente film.

Sempre di Piero Umiliani la colonna sonora originale del film. Per l’ennesima volta, devo dire, un vero capolavoro! Bellissimi i brani con le voci soliste de “I Cantori Moderni” di Alessandro Alessandroni (il brano Luna di Miele, per esempio, vale ancora oggi la pena di ascoltarlo e riascoltarlo).


Sexy Magico (1963)

settembre 3, 2008

   
Scheda del Film:

Regia: Luigi  Scattini
  Mino Loy
Soggetto: Luigi Scattini
  Mino Loy
Fotografia: Benito Frattari
Montaggio: Eugenio Alabisio
Voce Narrante: Guido Castaldo e Nico Rienzi
Musiche: Marcello Gigante
Una Produzione: Eridania Cinematografica
  Italian International Film
   
Prima Proiezione ITA: 3 Ottobre 1963
Prima Proiezione GER: 2 Ottobre 1964
Prima Proiezione FRA: 20 Aprile 1966
Prima Proiezione USA: 1967

Sinossi:
Un reportage sugli spettacoli notturni di alcune città del mondo e sulle tradizioni tribali in Africa.

Note del regista:
Sono sempre stato un patito del genere cinematografico definito “mondo movie”: io venivo dai documentari e il passaggio naturale dal cortometraggio al lungometraggio a carattere documentaristico era proprio questo, ed è così che nel 1963 è nato Sexy Magico, un film girato a quattro mani con Mino Loy, mio compagno di tante avventure.

La pellicola che aveva dato vita a questo genere e che mi aveva affascinato con le sue immagini era Europa di Notte di Alessandro Blasetti, del 1959; qualche anno dopo è arrivato Sexy Magico, girato sul filone dei film di notte, che tutto erano fuorchè “sexy”.

Fu comunque una notevole esperienza, per me. Girammo un po’ dappertutto, soprattutto in Africa che allora (stiamo parlando degli anni Sessanta) cominciava la sua evoluzione nel mondo politico, culturale e di costume.
Tappe del nostro viaggio: Kenya, Somalia, Congo, Africa Centrale, Africa Occidentale. E poi l’Europa, tutta.

La troupe? Piccolissima e ridottissima: sole tre persone: io (con le mansioni di regista, operatore ed elettricista…), Benito Frattari e il cugino Ezio. Benito era stato l’operatore di Jacopetti in Mondo Cane e con Sexy magico nasceva la nostra collaborazione, che ci avrebbe visto lavorare in seguito ad altri miei film. Ci facemmo veramente le ossa con questa esperienza!

Il film aveva una struttura molto semplice, tipica per quel genere: episodi staccati, girati in diversi luoghi del mondo (in questo caso in locali europei di spogliarello e in paesi sperduti dell’Africa) e alcune sequenze sexy, se così le possiamo definire….

Le interpreti? Tutte spogliarelliste. Le più belle del mondo, tra cui una giovanissima e acerba Rosa Fumetto, diventata poi la prima regina del Crazy Horse negli anni Settanta, una sensualissima ballerina turca Aichè Nanà, divenuta famosa dieci anni prima per aver improvvisato uno spogliarello in un night club romano in occasione di una festa tra aristocratici (storica la sua foto, che fece il giro di tutto il mondo…) e una splendida Jessica Rubicon.

Ma non solo spogliarelliste: anche donne africane con le loro tradizioni tribali e le loro danze folkloristiche.


La Ragazza Fuoristrada (1973)

agosto 29, 2008

  
Scheda del Film:

Regia: Luigi Scattini
Sceneggiatura: Leo Chiosso
  Gustavo Palazio
  Luigi Scattini
Fotografia: Antonio Borghesi
Con: Zeudi Araya
  Luc Merenda
  Guido Alberti
  Caterina Boratto
  Martine Brochard
  Lucretia Love
  Giacomo Rossi Stuart
  Franco Ressel
Musiche Originali di: Piero Umiliani
Una Produzione: Filmarpa – P.A.C.

Sinossi:
Giorgio Martini, un giornalista pubblicitario recatosi per un servizio in Egitto, si innamora di una bella ragazza di colore. La porta con sé a Ferrara, la presenta ai suoi genitori e, nonostante la loro perplessità, la sposa. L’ingenuità, la spontaneità e la sincerità di Maryam irrompono in questa piccola città di provincia scontrandosi con un ambiente ipocrita, meschino e razzista. Sarà quindi vittima del crudele gioco di un ex amante del giornalista e di uno scherzo combinato da due amici respinti. Giorgio, pensando che Maryam l’abbia tradito, inizia a trascurarla. Lei, dopo aver abortito, lo abbandona e torna tra la sua gente.

Note del regista:
La Ragazza Fuoristrada fu il secondo film di Zeudi Araya. Iniziammo le riprese circa dieci mesi dopo La Ragazza dalla Pelle di Luna, sulle ali del successo del primo film.

Dovevamo trovare un soggetto adatta a Zeudi, data la sua origine.
La storia venne in mente a me e fu sceneggiata poi da Leo Chiosso e Gustavo Palazio: trattava di una splendida ragazza di colore che viveva tra la sua gente, nella sua terra e che decideva poi di seguire in Italia l’uomo di cui si era innamorata. Ma la provincia italiana non era ancora pronta ad affrontare questa “diversità” e Zeudi, con la sua presenza, era sicuramente un elemento destabilizzante che arrivava a sconvolgere un’intera società.

Il film voleva affrontare il problema razziale. Era il 1973 e parlare di razzismo in Italia era quasi assurdo. Nessuno aveva pensato di affrontare una tematica simile perché questo problema da noi pareva non esistere; anche se, di fatto, la gente era molto più ipocrita che in apparenza. La scelta  di girare il film in provincia, anzi in una provincia del Nord (Ferrara per l’appunto), ci aiutò ancora di più.
La mia intenzione altro non era che quella di rappresentare uno spaccato della borghesia di provincia di quegli anni.

Il film fu ambientato tra l’Egitto, dove il protagonista Giorgio Martini (Luc Merenda) si era recato per un servizio fotografico per il lancio di una nuova macchina fuoristrada (la Dune Buggy…) e una città del nord Italia che, con la sua aria un po’ assonnata e nebbiosa, doveva fare il nostro gioco.
Si veniva quindi a creare una contrapposizione tra le abitudini e la cultura di un paese come l’Egitto e una città di provincia come Ferrara, dove vivere la vita degli altri era un dovere e un’antica abitudine.
Zeudi irrompeva in tutto questo, e la sua ricerca di integrazione falliva miseramente.

Per dare maggiore veridicità alla storia, utilizzai molte persone del luogo: amici ferraresi, un mio amico di Genova (Augusto Gallina, detto il re del materasso. la cui grande passione per il cinema lo aveva portato a partecipare e vincere al famoso programma di Mike Bongiorno: Rischiatutto) assieme ad attori come Martine Brochard, Lucretia Love, Caterina Boratto, Giacomo Rossi Stuart, Guido Alberti, Franco Ressel e Tony Kendall.

In Egitto, dove avevo già girato il film La Sfinge d’oro nel 1967, girammo scene nella splendida Valle dei Re: notti indimenticabili sulle feluche bianche inargentate dalla luna… Tramonti unici a Luxor dove respirammo l’antico Egitto a piene mani.
Ad Abu Simbel, davanti a quei giganti, girammo scene spettacolari, incuranti di incontri con scorpioni del deserto e anche con qualche vipera nascosta sotto le pietre. Ma era tutto talmente bello e magico…

 

La Ragazza Fuoristrada è un film decisamente intimista, fatto di sguardi e poca azione. Luc Merenda, attore francese molto in voga in quegli anni per aver interpretato diversi film polizieschi in Italia, aveva una faccia interessantissima, bella e un po’ “dannata” e, consapevole di questo suo fascino, faceva la corte a tutte le attrici sul set. Su di lui non ricordo episodi particolari durante la lavorazione del film, se non una preparazione professionale e una certa simpatia.

Una piacevolissima sorpresa per me fu lavorare con Caterina Boratto, attrice molto nota nel cinema degli anni quaranta, ma sempre valida per la sua classe e la sua professionalità. Era così bella, così diafana, quasi irreale che competeva con le altre attrici molto più giovani di lei.

Ancora una volta le musiche di Piero Umiliani aggiunsero una vena di malinconia e di profondo sentimento. Per me questa resta una delle migliori colonne musicali del cinema di Piero; un’opera superba e raffinata dove, come curiosità, Zeudi cantò due canzoni: una in italiano, Oltre l’acqua del fiume e l’altra in amarico, Maryam.
Umiliani stesso dichiarò che questa era una delle sue colonne sonore preferite.


Il Corpo (1974)

agosto 26, 2008

   
Scheda del film:

Regia: Luigi Scattini
Soggetto: Massimo Felisatti
  Fabio Pittorru
  Luigi Scattini
Fotografia: Antonio Borghesi
Con: Zeudi Araya
  Carroll Baker
  Enrico Maria Salerno
  Leonard Mann
Musiche Originali di: Piero Umiliani
Una Produzione: Filmarpa – P.A.C.

Sinossi:
Sull’isola caraibica di Trinidad, Princesse (Zeudi Araya), bellissima mulatta, suscita violente passioni in due uomini, il maturo e alcolizzato Antoine (Enrico Maria Salerno) e il giovane spiantato Alain (Leonard Mann). Alain si innamora di Princesse e insieme decidono di uccidere Antoine e di fuggire dall’isola. Ma per i due uomini la sensuale e cinica Princesse sarà solo causa di morte.

Note del regista:
Il Corpo è il mio terzo film girato con Zeudi Araya e conclude la trilogia che era iniziata due anni prima con La Ragazza dalla Pelle di Luna. Tra i tre, questo è sicuramente il film che forse mi ha soddisfatto di più dal punto di vista artistico, sia per l’interpretazione degli attori (Zeudi finalmente in un ruolo in cui poteva esprimere il suo talento) che sotto il profilo delle riprese. Dal punto di vista affettivo invece, ancora oggi sono molto più affezionato a La Ragazza dalla Pelle di Luna.

In questo film avevo finalmente  realizzato un sogno, quello dell’esotismo che mi aveva affascinato fin da ragazzo, quando sognavo le isole dei mari del Sud; Il Corpo è stato infatti girato in un’isola esotica (Trinidad) e con un titolo che dice tutto.
Ispirato vagamente a Il Postino Suona Sempre Due Volte, un dramma a forti tinte e un noir ancora oggi molto apprezzato della letteratura e del cinema americano. Amore e morte, sesso esasperato e violento sono gli ingredienti di questa storia che fu portata al cinema nel 1946 da una splendida Lana Turner, e da Ossessione di Luchino Visconti, che si ispirava al libro ma che era un discorso completamente a parte.

Il film è stato scritto da Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, due bravissimi scrittori di genere crime & mystery. La tensione infatti non manca, soprattutto negli ultimi venti minuti, quando il film si tinge completamente di giallo con un finale molto drammatico.

Nella scelta del cast sono stato molto fortunato; la bellissima e malinconica Zeudi (il male) stanca di una situazione destinata a precipitare, Leonard Mann (attore americano che si era trasferito in Italia) nel ruolo di un giovane vagabondo senza scrupoli e dominato dalla donna, che sogna solo la fuga verso un mondo fattosi irraggiungibile. La superplatinata diva hollywoodiana Carroll Baker, nel ruolo di una moglie ormai vinta, schiacciata da un amore che non è più amore. E un eccellente Enrico Maria Salerno nel ruolo dell’alcolizzato Antoine.

 

Zeudi era ormai al suo terzo film e i suoi successi avevano un po’ condizionato il suo ruolo di star, creando qualche problema alla produzione. A volte si presentava in ritardo sul set provocando una certa tensione ma, alla fine, tutto andò bene e riuscimmo a portare a casa un buon film.

Salerno entrò subito nella parte e Leonard Mann rese credibile il suo essere così vagabondo. Carroll Baker interpretava un personaggio alla ricerca di un passato perduto e Zeudi una figura di donna consapevole del suo appeal e pronta a sfruttarlo come arma vincente, costi quel che costi.

Infine, lo sfondo naturale e la cornice caraibica di Trinidad, isola ancora poco sfruttata dal cinema, trasformatasi in un esaltante teatro di posa.
Anche i locali contribuirono molto e ci facilitarono il compito, aiutandoci a girare tra la gente e nei luoghi dell’isola senza alcuna difficoltà.

Solo Carroll Baker (resa famosa da Elia Kazan diversi anni prima nel film Baby Doll), arrivata fresca fresca da Hollywood, ci mise un po’ per ambientarsi all’isola e a noi…  Ma poi subì il nostro modo di girare, fatto di “macchine a mano” e movimenti particolari e – da vera professionista –  vi si adattò, tanto che alla fine si lasciò travolgere dal nostro calore, e quando l’accompagnammo all’aeroporto al suono delle Steel Band, ci accorgemmo che il film era proprio finito, e ci fu una certa commozione.

Una delle scene più belle la girammo in una località piena di fascino. Era considerato un luogo sacro e si raggiungeva in canoa attraverso alberi di mangrovie che affondavano le radici nell’acqua. Era il Sanctuary dove gli scarlet Ibis nidificavano. Il silenzio più assoluto era d’obbligo per non disturbare e non dimenticherò mai lo spettacolo che apparve davanti ai nostri occhi ad un mio battito di mani , una miriade di uccelli dalle piume rosse, si alzarono all’unisono. Il cielo improvvisamente si tinse di rosso e ci fu tanta emozione…

A differenza de “La Ragazza dalla pelle di luna” in cui le isole Seychelles venivano dipinte come delle cartoline, con spiagge bianche, palme e acqua cristallina, l’isola di Trinidad in questo film è ripresa sempre con una luce livida e fredda, con un cielo spesso grigio e minaccioso, proprio per accentuare quel senso di oppressione che accompagna i personaggi del film.

Un ricordo di Enrico Maria Salerno:
Con Enrico ci conoscevamo ormai da qualche anno. Sua era stata la splendida voce narrante dei miei due mondo movie: Svezia Inferno e Paradiso e Angeli Bianchi, Angeli Neri, e dirigerlo in questo film fu un vero piacere.
Da grande attore qual era aveva perfettamente capito che si può toccare il cuore dello spettatore anche con personaggi negativi, quali appunto Antoine.
Alla sera parlavamo spesso dei nostri progetti futuri e dei film o ruoli che avremmo voluto fare e interpretare; Enrico Maria si stava già calando nei panni di Mercuzio, l’eroe Shakespeariano, in un Giulietta e Romeo da girarsi a Trinidad. Un remake che ci entusiasmò, esaltandoci nelle notti tropicali, con la reciproca promessa di tornare a Trinidad, ormai nostro nuovo Paradiso. Ma non fu così…..

Anche per questo film la colonna musicale è stata affidata a Piero Umiliani. Un misto di jazz, suoni esotici e malinconici che evocano sensazioni e suggestioni ma soprattutto tensione, oppressione e drammaticità che sono una delle caratteristiche del film.

 
Un ringraziamento a Keith H. Brown, autore del blog Giallo Fever, per averci gentilmente concesso di usare i vidcaps del film.
    


La Ragazza dalla Pelle di Luna (1972)

agosto 21, 2008

  
Scheda del film:
   

Regia: Luigi Scattini
Sceneggiatura: Luigi Scattini Mario di Nardo
Con: Ugo Pagliai
  Beba Loncar
  Zeudi Araya
  Giacomo Rossi-Stuart
Fotografia Antonio Borghesi
Musiche di Piero Umiliani
Una Produzione: Aquila Cinematografica – P.A.C.

Sinossi:
Una coppia borghese in crisi decide di fare un viaggio alle isole Seychelles per ritrovarsi. Su quest’ultimo paradiso terrestre invece, a contatto con questa natura selvaggia e incontaminata, lui si invaghisce di una splendida bellezza locale e lei finisce nelle braccia di uno scrittore fallito. Alla fine però i due coniugi si riappacificano e lasciano l’isola per sempre…

Note del regista:
La ragazza dalla pelle di luna è il primo film della trilogia con Zeudi Araya. Gli altri sono: La Ragazza Fuoristrada (1973) e Il Corpo (1974). 
L’idea del film mi venne mentre mi trovavo a Mogadiscio, in Somalia,  durante dei sopralluoghi per un altro film. Una sera, in una bettola di pescatori, sentii parlare di alcune isole in mezzo all’oceano indiano, le Seychelles, che nessuno conosceva ancora, e che erano raggiungibili solo con una nave che partiva una volta al mese da Mombasa. Su quest’isola, dai racconti dei pescatori, si trovavano delle ragazze bellissime, dalla “pelle di luna”. Restai affascinato e incuriosito da questo loro racconto…
Tornato a Roma, un giorno per caso lessi (non ricordo più se su Panorama o L’Espresso) che finalmente avevano aperto un piccolo aeroporto a Mahè, nelle isole Seychelles, raggiungibile da Londra e da Nairobi con un volo settimanale.

Non ci pensai due volte e partii subito alla scoperta di questo paradiso perduto, con l’idea di trovare quelle famose ragazze dalla pelle di luna che tanto mi avevano incuriosito in quei racconti.
Il mio, fu uno dei primissimi voli per quell’isola. Stiamo parlando infatti del 1971. Quando atterrava l’aereo settimanale, tutta l’isola si riuniva a guardare fisso questo enorme “uccello” che portava con sé i primi turisti occidentali.
Ma le ragazze dalla pelle di luna non le trovai: vidi invece delle ragazze bruttine, non ce n’era una bella nemmeno a pagarla oro; tornai a Roma molto deluso ma con l’idea in testa di questo titolo per il film : LA RAGAZZA DALLA PELLE DI LUNA.

Foto di Mimmo Cattarinich

Foto di Mimmo Cattarinich

Una sera, a Roma, un agente mi portò una ragazza ventenne di Asmara che era stata eletta Miss Etiopia due anni prima e che era venuta in Italia per interpretare un spot pubblicitario per una nota marca di caffè (Tazza d’oro).
Lei con il soggetto della pellicola non c’entrava nulla, perché era eritrea, ma pensandola e immaginandola all’interno del film, mentre parlavamo, ebbi subito la sensazione che sarebbe stata di forte impatto.
A quel punto, avevo il titolo, le isole e la ragazza dalla pelle di luna, ma mancava una storia… pensai quindi a una trama semplice, molto banale e forse scontata, ma funzionale al genere e all’atmosfera del film.

Ugo Pagliai

Come protagonista maschile scegliemmo Ugo Pagliai, perché era un nome di forte richiamo.
Ugo era reduce dal successo televisivo de Il Segno del Comando, ed era diventato in pochissimo tempo l’idolo di tutte le donne.
Lui aveva fatto molto teatro fino a quel momento, era ed è un bravissimo attore, ma forse non era l’interprete più adatto per quel ruolo. In quegli anni c’era una netta divisione tra cinema e televisione e gli attori televisivi al cinema  non avevano mai avuto fortuna. Oggi invece la situazione è completamente diversa: se non ci fosse la televisione il cinema forse non vivrebbe…

Tra l’altro, ricordo ancora le polemiche di un critico cinematografico che attaccò proprio Ugo per aver interpretato la famosa scena d’amore tra lui e Zeudi su questa spiaggia bianca, in questo luogo deserto dove tutto trasudava libertà con… il costume da bagno!
Ma le motivazioni erano ovvie. Ugo era un personaggio televisivo e in quegli anni chi lavorava per la Tv di Stato non poteva certo spogliarsi.

Alla bellezza esotica e mozzafiato di Zeudi contrapponemmo qualla bianca e diafana di Beba Loncar, attrice internazionale che aveva già lavorato in Italia con Mauro Bolognini in La donna è una cosa meravigliosa, con Pietro Germi in Signori e signore e con Mario Monicelli in Brancaleone e le crociate.
Nel ruolo dello scrittore scritturai Giacomo Rossi-Stuart, padre di Kim, che aveva già lavorato con me in diversi film, sia come attore che come aiuto regista.

A quel punto il cast era al completo, la storia c’era, partimmo quindi per le Seychelles.

Una notte dovevamo girare una scena per riprendere la caccia al pescecane. Tutta la troupe si offrì volontaria per accompagnarci ma non c’era posto sulla barca. A quel punto si imbarcò un gruppo ristretto di persone e, tra questi, ovviamente anche Ugo Pagliai e Giacomo Rossi Stuart che dovevano interpretare la scena e Zeudi Araya che ci volle accompagnare.
Dopo poche ore il mare, come spesso avviene nell’Oceano Indiano, divenne forza 8…Il comandante non era certo dei migliori, beveva molto e nel pieno della “tempesta” era già ubriaco. Ce la vedemmo veramente brutta: il pericolo e i rischi erano tanti.
Dopo diverse ore riuscimmo a rientrare nel porticciolo completamente ricoperti dal salmastro, noi e le macchine da presa; pensavamo di dover buttare tutta l’attrezzatura e invece le macchine funzionavano. Tutta la troupe, mia moglie Dianella compresa (che in quel film faceva la segretaria di edizione) ci aspettava sulla spiaggia, temendo il peggio.
Quando il mare si calmò, decidemmo di girare la scena di giorno.

Un altro posto incantato era Bird Island, un’isola abitata da soli uccelli che nel volo di trasmigrazione si fermavano lì per depositare e covare le uova.
Fu un’emozione enorme trovarsi a girare su quell’isola: c’era un silenzio incredibile; l’unico rumore era il battito delle ali degli uccelli. E’ su quell’isola che Pagliai recita il suo monologo, che è un po’ l’addio dell’uomo occidentale alla natura selvaggia e alla libertà.
Mi hanno detto che oggi l’isola ha un aeroporto,  gli aerei atterrano più volte al giorno e di uccelli ne sono rimasti pochissimi…

Le Seychelles erano meravigliose. Spiagge bianchissime, conchiglie enormi, pescatori che lavoravano il guscio di tartaruga (oggi vietatissimo, per fortuna!) con la carta vetrata per lucidarlo e dargli forma, e per la prima volta vidi il Coco de Mer, che veniva portato dalla corrente dall’isola di Praslin. Una strana noce di cocco a forma di organo femminile. 

Il film, quando uscì nelle sale cinematografiche, riscosse un grande successo. Fu il boom turistico per le isole Seychelles e un grande successo per Zeudi Araya a cui, da allora, è rimasto come soprannome: la ragazza dalla pelle di luna.

La musica ancora una volta è stata composta, arrangiata e diretta dal grande Piero Umiliani, che per questo film inaugurò a Roma il suo studio di registrazione, Sound Workshop. Spessissimo con Zeudi ci recavamo nello suo studio mentre componeva la musica del film. I momenti più belli erano quando lo sentivamo suonare il pianoforte. E, infatti, il tema principale di questo film (Pelle di Luna), è un brano per piano solo che esalta ancora di più il gusto esotico e l’impatto emotivo della storia.